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Game Over – che qualcuno inserisca una moneta –

Mentre i miei concittadini si spellano le mani assistendo al miracolo che una volta fu di Cristo, io faccio fatica a trovare parcheggio fuori al Cardarelli, uno degli ospedali più antichi d’Italia. Cerco di sfuggire alla retorica politica che divide i napoletani sullo scontro tra il giubilo popolar-borghese rilevato dai dati del turismo in crescita e la cinica analisi di coloro che ritengono poca roba una via Caracciolo finalmente resa zona pedonale e quattro barche ben vestite che galleggiano sul nigrum mare nostrum. Provando a vedere le cose per quello che sono, mi vengono persino forti dubbi sulla mia fede calcistica. Mi scopro contrario ad una frangia per così dire estrema, che nonostante la batosta umiliante di stasera continua a gonfiarsi i polmoni di “il Napoli non si discute, si ama”. Allora cerco di mettermi in discussione io, provando a capire il perché di questo forte disinteresse che sento serpeggiarmi dentro. Se mi vesto da cronista, da scrittore, dovrei soltanto tentare di analizzare i motivi di questo disastro targato De Laurentiis, nonostante un fiabesco ottavo di Champion’s League ed un’imminente finale di Coppa Italia, da giocare tra l’altro con i rivali di sempre: quella Juventus oramai ad un passo dalla conquista del suo 28esimo scudetto (il 30esimo, senza le sentenze di calciopoli).

Evitando di fugare i dubbi che mi riguardano in questa sede, cercherò di creare un po’ d’ordine fra il turbine di pensieri che si riciclano nella testa mia e di molti tifosi (o pseudo tifosi, per difesa dei puristi curvaioli), partendo dai meriti di questo gruppo.

Dopo una cavalcata trionfale verso il 3° posto e l’accesso diretto alla Champion’s league, questa squadra ha dimostrato di avere anche carattere, nonostante lo stesso meraviglioso scorso campionato sia stato comunque “macchiato” da alcune sfide cruciali (leggesi Milan – Napoli in campionato e Villareal – Napoli in Europa League) in cui si poteva oggettivamente fare di più. Non è da pazzi dire che il Napoli visto l’anno scorso avrebbe potuto, a pieno merito, almeno contendere lo scudetto ad un Milan sempre altalenante (proprio come questo, e quest’anno punito infatti da una Juventus mai doma ma non certo d’un altro pianeta) ; così come in Europa, le tantissime occasioni sciupate al madrigal, dopo essere passati in vantaggio, non hanno di certo fatto onore ad una compagine che sembrava potersela giocare decisamente alla pari fino alla fine anche con quella che poi è stata la vincitrice del trofeo. Eliminati questi due “nei” che l’intero ambiente napoletano ha scelto di non considerare nella valutazione complessiva che ha riportato i partenopei nel massimo teatro europeo dopo 22 anni, al Napoli sono state tessute tutte le lodi che meritava. Un ambiente compattato da un grande allenatore, che ha reso pedine fondamentali calciatori come Aronica, Grava, Pazienza, Dossena, che prima di questo biennio si erano contraddistinti soltanto per occasioni mancate e annate discrete in palcoscenici minori. Una società sempre attenta a tenere i conti in ordine, che al di là di qualche pulcinellata del presidente ha sempre mantenuto una certa etica ed un certo rigore nella gestione dei numerosi capricci venuti fuori dai suoi fuoriclasse; dove nemmeno i numerosi abbagli di mercato (leggasi Datolo, Sosa, Santana etc) sono riusciti a scalfire la gratitudine della piazza off curva. E poi quest’anno: la grande gioia della musichetta, il girone di ferro superato con decisione e partite incredibili, il 3 a 1 al Chelsea qui al San Paolo… insomma, una cavalcata magnifica durata un anno e mezzo, che nessuno potrà mai togliere a tutto l’ambiente, fatto di società, staff tecnico e tifosi. E poi c’è l’oggi.

Pino Daniele, mirabile cantore delle realtà nostrane, cantava così: “cosa resta del passato, forse una 500 blu..un giradischi rovinato, che ormai non va più”. Ecco: più di 1 milione di tifosi in un anno e mezzo presente allo stadio, 4 milioni davanti alla televisione con medie mai registrate prima, ed il Napoli rischia di finire un ciclo senza un solo tassello saldo alla bacheca, e con un futuro che, senza una continuità nell’Europa che conta e che porta con sé danaro, appare nuovamente incerto. Perché non fanno tanto male i 9 gol incassati nelle ultime tre sconfitte consecutive, quanto i 6 punti dalla Lazio, i 3 dall’Udinese e i 2 dalla Roma. Perché non è tanto il ritorno da Londra a bruciare, quanto il continuo stare sulla corda dei migliori giocatori presenti in rosa, che sembrano sul punto di doversene andare ogni volta che uno dei loro procuratori apre bocca. Non costerebbero tanta sofferenza le 3 pappine rimediate stasera dall’Atalanta, quanto i dubbi sugli 11 milioni spesi per Vargas, i 10 a testa per Britos e Dzemaili, la continua certezza di non poter avere in rosa dei giocatori che guadagnino le cifre (seppur scandalose) che il mercato odierno attesta a quei giocatori di prima fascia. Insomma, il fallimento del Napoli alla fine di un ciclo non è tanto figlio dei risultati sul campo, quanto di una progettazione che pare latitare su tutti i fronti: dal mortifero tetto ingaggi alla costruzione utopica di uno stadio di nuova generazione, fino alla incapacità palese di coltivare giovani campioni in casa nostra. Stasera, dopo la terza sconfitta di fila, con 9 gol subiti e 2 soli fatti, mi ritrovo a non attribuire colpe ad un allenatore che ha palesato i primi limiti fin da subito (gestione di un gruppo folto; gestione della pressione nelle sfide cruciali), ad un gruppo di calciatori che ha tirato fuori il suo massimo (il nostro miglior giocatore, Lavezzi lo scugnizzo, è un attaccante da 6 gol in media a stagione) senza però riuscire (finale di Coppia Italia in bilico) a dimostrarsi all’altezza delle loro stesse aspettative e di quelle dei loro procuratori.

No. La cosa che più mi stranisce e mi confonde, è la gestione societaria di quella che potrebbe essere una Ferrari e che viene invece trattata come una Panda. Al presidente Aurelio De Laurentiis concedo un grazie di forma per tutto quel che è stato fatto finora; al quale però chiedo di passarsi una mano sulla coscienza e capire se è convinto che questa città, questo bacino d’utenza economico, meritino sempre il solito andazzo, caratterizzato da fiammate anche intense, ma che culminano sempre col solito pugno di mosche. E in caso di risposta negativa, nel caso anch’egli si svegli domani convinto che Napoli meriti di più, sia pronto a farsi da parte, e lasciare che noi tutti si possa rituffarci in un nuovo inizio. Per stare a certi livelli c’è bisogno di continuità, di cultura della  vittoria, di educazione al trionfo: 4 barche a mare ed una singola partecipazione di livello in Champion’s non fanno la storia. Né di una città gloriosa come Napoli, né di una squadra che di quella città porta il nome ed i colori in giro per il mondo.

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