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Cinema, Spettacolo

“I colori della Passione – The Mill and The Cross” al Cinema Modernissimo

Fin dalle sue origini, la settima arte ha intrecciato legami fecondi ed esaltanti con la pittura e, per limitarsi solo al muto italiano, non è un caso che uno dei pionieri di un cinema “pittorico” sia stato Enrico Guazzoni (“Quo vadis”, “Messalina”, “La Gerusalemme Liberata”), pittore prima che cineasta. Con un gran balzo in avanti, arriviamo agli anni ’60 e ai “tableaux vivants” di Pasolini (“La ricotta”, 1963) e, spostandosi di qualche decennio, a Godard (“Passion”, 1982) e Greenaway (tutto il suo cinema vive di una sua peculiare natura pittorica); ma, se si esclude il Kurosawa di un episodio di “Sogni” (1990), in cui Vincent Van Gogh/Martin Scorsese si muoveva letteralmente (grazie alla pionieristica tecnologia Sony) dentro i campi di grano con corvi dei suoi quadri, nessun cineasta aveva finora proiettato lo spettatore “dentro” un quadro. Nessuno, fino a Lech Majewski e al suo “The Mill and The Cross” (al solito, maldestramente banalizzato nell’italiano “I Colori della Passione”: ma non era meglio “La Salita al Calvario”, titolo con cui è tradita in Italia la celebre tela di Peter Bruegel il Vecchio cui il film s’ispira? Eppure, ci rendiamo conto che il mercato ha le sue stringenti esigenze di semplificazione…).

Il lavoro del cineasta e video artista polacco (già sceneggiatore di “Basquiat” di Julian Schnabel e regista di “Angelus” e “Il Giardino delle delizie”, 2004, dal quadro di Bosch), grazie ad un sapiente mélange di effetti digitali, di riprese in “blue screen”, di fondali ridipinti dallo stesso regista, e riprese di attori in carne ed ossa e di paesaggi reali, conduce appunto lo spettatore “dentro” il dipinto di Bruegel (1564), tra i massimi artisti fiamminghi del XVI secolo, rappresentante la salita di Cristo al Calvario nella cornice attualizzante delle Fiandre dell’epoca, vessate dalla feroce dominazione spagnola. A condurci in questo percorso interno all’opera stessa è Bruegel in persona (Rutger Hauer), di cui viene approfondito anche lo spessore filosofico che soggiace alla sua opera: il pittore è un osservatore partecipe della scena che egli stesso immagina, dove Cristo è una figura minimale (seppure collocato al centro della tela) in mezzo a una folla di 150 personaggi; Majewski fa “vivere” alcuni di questi personaggi: il mugnaio proprietario del Mulino che torreggia su un costone roccioso (e che dà il titolo all’opera) e la sua famiglia, l’umile donna che impersona la Vergine Maria (Charlotte Rampling), il collezionista (e amico di Bruegel) Nicholas Jonghelinck (Michael York), i soldati spagnoli che incalzano, uccidono ed espongono al palo della berlina un delinquentello, lasciando che i corvi gli becchino gli occhi. Nel suo capolavoro, Bruegel nasconde l’ovvio disseminando nella tela numerosi elementi di “distrazione” perché, nella sua visione, è appunto la distrazione, che impedisce di vedere il nascosto, che origina la sofferenza (in tal senso la figura del Cristo è quasi occultata). Consigliamo a chi legge di andare a vedere “I colori della Passione” (distribuito in Italia dalla CG Home Video, al suo battesimo nelle sale proprio con questa pellicola) al Cinema Modernissimo di Napoli (via Cisterna dell’olio, 59), dove il film è ancora in programmazione pomeridiana (ore 16), dopo essere stato proiettato in anteprima al Teatro dell’Accademia di Belle Arti qualche settimana fa: si vivrà un’esperienza estetica totalizzante ed inconsueta, di quelle che il cinema contemporaneo ormai offre sempre più di rado, lontana anni luce dall’antiestetica del prodotto commerciale. Da non perdere.

Per info: http://www.cghv.it/ 

             http://www.modernissimo.it/

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