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Stasera c’è spettacolo? To play!: la complessità e i limiti del progetto a Villa Pignatelli
2 luglio, 2016   |  

staseraIl discorso su Stasera c’è spettacolo? To play!, a Villa Pignatelli per il Napoli Teatro Festival sino al 3 luglio, è abbastanza complesso. Come sì può leggere nella presentazione del progetto a cura delle ideatrici Donatella Furino ed Emma Campili, ogni sera cambiano i testi, cambiano parte degli attori (o meglio ci possono essere ospiti e aggiunte), cambia il pubblico (che dovrebbe interagire) e quindi non si assisterà mai allo stesso “spettacolo”, ammesso che ci sia alla fine lo spettacolo. Quindi una critica all’evento è per forza di cose parziale, così come il giudizio può essere basato solo sulla singola serata cui si è preso parte. In questo caso particolare, ci si riferisce a domenica 26 giugno, quando gli autori messi a confronto sono stati Eduardo De Filippo, con La parte di Amleto, e William Shakespeare con Amleto, per l’appunto.  Anche se “messi a confronto” appare essere una espressione grossa e poco calzante per quel che si è potuto vedere.

Ma si parta in primo luogo cercando di definire  cosa sia Stasera c’è spettacolo? To play!. Leggiamo le intenzioni delle ideatrici: “Un talk show? Un reality? Un workshop? Una serie teatrale? […] È dall’unione e dall’annullamento di tutte queste forme e queste domande che nasce Stasera c’è spettacolo? To play! È così che  i capocomici diventano conduttori, i testi un pretesto, il pubblico uno strumento tramite cui costruire  e immaginare un nuovo modo possibile di fare e usare il teatro. Dieci spettacoli diversi ogni sera, più di trenta testi e moltissimi attori tutti provenienti da scuole e formazioni diverse, ospiti che rappresentano ognuno a suo modo un aspetto o un caposaldo del teatro. Non si vedrà mai l’opera finita, ma l’opera consisterà proprio nel teatro, inteso come luogo, come simbolo e come forma artistica. Saranno svelati al pubblico tutti i meccanismi che ci sono dietro l’atto creativo e nel caso più specifico dietro il mestiere dell’attore”.

Il progetto, stando a queste  parole, è davvero interessante, ma nella sua realizzazione (basandoci esclusivamente e parzialmente su quella serata) sembra avere molti limiti e difetti, sia nella struttura che nella possibilità di fruizione. Si è detto che De Filippo e Shakespeare sono stati “messi a confronto”. In realtà questo confronto non ci è stato assolutamente, ma il pubblico ha assistito semplicemente alla giustapposizione di due parti, una su De Filippo e una su Shakespeare, senza nessun vero collegamento concettuale o emotivo tra i due che potesse suscitare interessamento da parte del pubblico. Furino e Campili hanno avuto limiti comunicativi sin dall’inizio affermando, ad esempio, che “La parte di Amleto fosse stato scelto perché c’è Amleto”, banalizzando e semplificando a parole quel rapporto intimo e fortissimo che vi è tra De Filippo e Shakespeare non solo in riferimento all’atto unico del 1940 del drammaturgo napoletano. Eduardo ha sempre visto, come d’altronde anche Carmelo Bene, una comunanza tra lui e Shakespeare. Non è un caso che abbia concluso la sua carriera con la traduzione in napoletano di The Tempest.

Nella prima parte della serata, con la pretesa di far entrare il pubblico in empatia  con quanto succede prima della messa in scena di uno spettacolo, è stata data una versione confusionaria, caotica de La parte di Amleto, fatta di voci che si sovrapponevano e si confondevano senza una vera ragione e senza una vera utilità rispetto a uno dei fini ultimi del progetto, ovvero l’interazione con il pubblico che è sembrato invece allontanarsi. La frenesia di questa “rappresentazione” sembrava utile solo a dare il proprio caotico spazio a tutti gli attori, che non lo avrebbero potuto avere nella seconda parte dedicata all’Amleto per come pensata. Sarebbe stato interessante, invece, un coinvolgimento della bella compagine attoriale, fatta effettivamente da tanti bravi interpreti di diversa provenienza, con un ampliamento dell’Amleto e una diversa gestione dei ruoli e delle parti. Un fraintendimento si è riscontrato in questa chiave di lettura data a La parte di Amleto: la scelta di far interpretare  il ruolo  di Eduardo (l’ex attore Franco Selva) a Nino Orfeo. Sia chiaro, Orfeo è bravo e lo si vede,  ma forse un interprete come Antonio Ciotola, anche solo per età, sarebbe stato molto più adatto. L’età in questo frangente non è un elemento secondario perché La parte di Amleto è un testo meta-teatrale basato su due ritmi e due velocità appartenenti a due mondi, il teatro anni ’30 e ’40 (anche cultura di massa fascista) e i ritmi del vecchio attore di provincia come Franco Selva. Selva deve essere “navigato”. Da questi  elementi scaturisce il triste finale, che non era comprensibile (neanche emotivamente), a meno che non si conoscesse preventivamente il testo.

Ci si soffermi ora  sulla seconda sezione dedicata ad Amleto, che risulta sicuramente più interessante nelle intenzioni. E in effetti la  scelta di alcune scene da far svolgere è  stata costruita meglio e anche meglio proposta, merito anche degli attori  chiamati in causa. Da segnalare è senza dubbio la prova del bravo e appassionato Claudio Boschi nella parte del principe di Danimarca. Boschi ha dato un’interpretazione di grande impatto e fisicità che merita un Amleto completo. Si pensi alla scena con la madre Gertrude, ma anche a quella con una bella Ofelia bendata. Bravissime in questo caso Fabiana Fazio (Ofelia) e Daniela Cenciotti (Gertrude).

Tuttavia anche in questo caso la struttura di Stasera c’è spettacolo? To play! ha mostrato dei limiti. La scelta era infatti tra vedere le scene nel loro costruirsi (quindi con l’interruzione da parte delle registe)  o  di seguito come già costruite. Dopo la prima scena con Amleto, Rosencratz e Guildenstern, il pubblico, in una delle poche volte in cui è intervenuto, ha scelto di assistere senza interruzioni. Era una spia chiara che qualcosa nell’esperimento non stava funzionando e che il pubblico voleva assolutamente uno spettacolo tradizionale.

Cosa non ha funzionato quindi? In primo luogo la comunicazione sin dal principio. Non era chiaro che il pubblico potesse interagire quando e come voleva, anche criticando. Non si può pretendere un pubblico attivo e partecipe senza coinvolgerlo attivamente. Le registe e gli attori avrebbero dovuto loro stessi interagire e coinvolgere il pubblico, anche ammiccando proponendo loro scelte e dando al pubblico una certa responsabilità. Si faccia un esempi: nella prima scena di Amleto, alla prima interruzione, si sarebbe potuto attuare uno scambio dei ruoli chiedendo poi al pubblico di giudicare chi era più adatto a interpretare chi, criticando e confrontandosi. Sarebbe stato forse meglio evitare alle stesse  registe di proporsi come mediatrici con il pubblico, per avere un ruolo “dietro le quinte” di ideatrici e “manovratrici” del format, lasciando il compito di “interpretare” il regista a Fabio Brescia, membro della compagnia e animale da palcoscenico che ha sicuramente le doti comunicative per interagire con gli spettatori.

Anche se esiste la possibilità che non ci sia davvero uno spettacolo, e questo chi paga il biglietto consapevolmente lo deve mettere in conto, deve comunque esserci un crescendo e un’auto-conclusione che è venuta a mancare. E anche se il progetto e la serata sono potenzialmente aperti e infiniti, deve esserci un crescendo e una conclusione chiara allo spettatore  che  può anche non essere soddisfatto ma deve comunque pensare di aver assistito o preso parte a qualcosa con una architettura. Sbagliato quindi “Noi  comunque  abbiamo finito” detto sul finale, cui non sempre riesce a seguire un dibattito (come ad esempio non vi è stato nella specifica sera).

In conclusione, Stasera c’è spettacolo? To play appare  un esperimento interessante nelle intenzioni ma che per funzionare davvero avrebbe bisogno di un’autorevolezza di grande spessore da parte di chi ne cura l’idea e la regia, con grandi doti comunicative e di coinvolgimento. E soprattutto con anni di esperienza. O in alternativa avrebbe bisogno di un regista teatrale e di un ideatore che paradossalmente sono arrivato  al grande teatro e al teatro serio dopo una gavetta, ad esempio, di villaggi turistici dove una cosa davvero si impara: il coinvolgimento forzato ma non fastidioso o invadente (se si è bravi ovviamente) del pubblico.

Sarebbe stato utile poter vedere più serate per dare un vero giudizio globale e fare anche una comparazione puntuale. Le considerazioni quindi sono da prendersi con le dovute cautele, sperando che siano utili consigli per un prosieguo del progetto.

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Armando Rotondi

Autore : Armando Rotondi

È docente di Letteratura Italiana a L'Orientale di Napoli e Full-Time Lecturer in Performance Theory, History and Criticism e in Story-Telling a Barcellona. Precedentemente è stato Adjunct Prof. presso la Nicolaus Copernicus University di Torun (Polonia) e ricercatore in visita a Bucarest e ha insegnato Discipline dello Spettacolo e dei Grandi Eventi al Corso di Laurea in Scienze del Turismo dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Dopo essersi laureato in teatro e cinema presso la “Federico II” e “La Sapienza” di Roma, ha conseguito il Dottorato di Ricerca all’University of Strathclyde di Glasgow. È stato traduttore per il Tron Theatre di Glagow. Iscritto come giornalista al Chartered Insitute of Journalist (UK), ha pubblicato quattro monografie, un volume in curatela e circa cento tra articoli scientifici, schede di catalogo e voci di dizionario/enciclopedia. È stato inoltre relatore in più di venti convegni internazionali in Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Polonia, Romania, Turchia, Irlanda e Repubblica Ceca.

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