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Rapsodia in noir di Arnolfo Petri in scena al Teatro Il Primo
9 novembre, 2014   |  

Arnolfo PetriArnolfo Petri ha un tratto indiscutibilmente riconoscibile: quello di essere una presenza teatrale. Con tale termine non ci riferisce solo alla presenza fisica, forte, o vocale-interpretativa. Si tratta di un connubio di elementi, un tutt’uno che sebbene riconoscibile e difficilmente spiegabile. Petri è presenza totale nei monologhi che interpreta, dona tutto se stesso alla scena, creando un rapporto viscerale, brutalmente crudo tra testo e suo interprete.

Così è avvenuto anche in Rapsodia in noir, sua ultima drammaturgia in scena al Teatro Il Primo. Attraverso le storie di Arturo, Titta, Michele, Patrizia e (Filu)Mena, il regista-attore-autore descrive una realtà oscura, senza speranze, una Napoli città assoluta e totale, madre cattiva e violenta, un teatro del mondo dove il mondo è grondante di sangue e polvere. Non sono anime perdute quelle che racconta Petri, poiché per essere tali le anime dovrebbero vivere su una diritta via che poi viene smarrita. Questa via è assente e ci si ritrova su percorsi in cui la violenza è normalità.

Si tratta di una tematica già affrontata dallo stesso autore, in Crastula e Cammurria, raggiungendo qui vere vette di crudeltà e di crudo realismo, come ad esempio nella descrizione della violenza sessuale subita da Titta ad opera di quattro rumeni, oppure nella grottesca e squallida morte di Michele, ucciso mentre ha in bocca il capezzolo di una prostituta nigeriana, o ancora nella storia di Mena, bellissima reinterpretazione e rivisitazione della Filumena Marturano di Eduardo: una Filumena veramente di strada, che capovolge, ed è un pugno nello stomaco, l’idea di “’e figle so’ ffiglie”.

Il realismo del testo e della narrazione vede il proprio contraltare, in termini quasi letterari, con la scenografia di grande impatto visivo. Una grande croce su cui vengono scritti i nomi di queste anime perse, o meglio condannate, bambole rotte, candele accese, drammi e catene rosse che scendono: una sorta di altare profano. A cui si aggiunge un ottimo commento musicale di Michele Maione e la voce di Maria Rosaria De Liquori, sulle cui note Petri si muove, tra una storia e l’altra, si spoglia, cambia d’abito e dona il suo corpo alla scena. E in effetti proprio in questo caso egli si fa anche parte integrante della scenografia, con proiezioni video che colpiscono anche il suo corpo, creando un effetto straniante e rarefatto. Petri è presenza. Una presenza che turba.

[Photo: Pagina FB Arnolfo Petri]

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Armando Rotondi

Autore : Armando Rotondi

È docente di Letteratura Italiana a L'Orientale di Napoli e Full-Time Lecturer in Performance Theory, History and Criticism e in Story-Telling a Barcellona. Precedentemente è stato Adjunct Prof. presso la Nicolaus Copernicus University di Torun (Polonia) e ricercatore in visita a Bucarest e ha insegnato Discipline dello Spettacolo e dei Grandi Eventi al Corso di Laurea in Scienze del Turismo dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Dopo essersi laureato in teatro e cinema presso la “Federico II” e “La Sapienza” di Roma, ha conseguito il Dottorato di Ricerca all’University of Strathclyde di Glasgow. È stato traduttore per il Tron Theatre di Glagow. Iscritto come giornalista al Chartered Insitute of Journalist (UK), ha pubblicato quattro monografie, un volume in curatela e circa cento tra articoli scientifici, schede di catalogo e voci di dizionario/enciclopedia. È stato inoltre relatore in più di venti convegni internazionali in Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Polonia, Romania, Turchia, Irlanda e Repubblica Ceca.

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