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“Per la gente Troisi non muore mai”: Massimo, 25 anni dopo
3 giugno, 2019   |  

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di Tiziana Paladini

“La poesia non è di chi la scrive ma di chi gli serve”: con questa frase disarmante, il postino Mario Ruoppolo rivendicava il diritto a far suoi i versi di Pablo Neruda. Così era Massimo, come l’ultimo personaggio che ha interpretato: un ragazzo semplice, sensibile, di una intelligenza fuori dal comune, a tratti geniale.

A volte si sente l’urgenza di scrivere perché si ha bisogno di riempire un vuoto: gli anniversari sono spesso un pretesto – per chi resta – per ricordare qualcuno che non vogliamo che gli altri dimentichino. Ricordare Massimo è inevitabile: come disse Lello Arena “La sua mancanza deve essere atroce”.

La preoccupazione più grande di Lello Arena era che Troisi venisse dimenticato. Ma nemmeno per un momento ci fu quel problema: “Tutti me ne parlano – mi disse – anche in questo lui è stato un po’ più bravo”.

E davvero è così: Massimo ancora oggi è presente, attivo, non solo con i suoi film ma anche con gli sketch (La Smorfia e non solo), con le gag quando era ospite in qualche programma televisivo (“scambiato” per Rossano Brazzi da Renzo Arbore e Nino Frassica a “Indietro tutta” [https://bit.ly/2IitkxJ]), con le esilaranti interviste in cui – geniale e inarrestabile – con battute dirompenti metteva in seria difficoltà gli interlocutori, che si trattasse di Pippo Baudo (Troisi: “Ti vergogni se ti chiamo Pippo?”; Baudo: “Perché dovrei, mi chiamo Pippo!” Troisi: “Bravo così, a testa alta, fai benissimo ad andare fiero e dire ‘Sono un Pippo Baudo’”) [https://bit.ly/2EHBFL0], o di Gianni Minà (“Io invidio Minà per la sua agendina telefonica, Quando Pino Daniele ha chiesto a Minà di invitarmi qui, lui ha preso l’agenda…  fratelli Taviani… Little Tony… Toquinho… Troisi!”). [https://bit.ly/2EOXGHv]

O ancora con le interviste nel dietro le quinte dei premi, quando con modestia disarmante rovesciava i ruoli spiazzando i giornalisti con controdomande o considerazioni apparentemente fuori luogo, sicuramente fuori dai cliché (“C’è una domanda che non ti hanno mai fatto e che invece vorresti che ti facessero?” “Sì, nessuno mi ha mai chiesto cosa ne penso della Svizzera”).

In qualunque situazione Massimo riusciva a essere arguto e originale, e lo faceva con garbo ed eleganza.

Quello che ci prefiggiamo scrivendo, parlando di Troisi, non è solo regalarci ancora benessere e spensieratezza, non è solo non farlo dimenticare, ma è anche farlo conoscere a chi non è nato in tempo per apprezzarlo quando era ancora vivo.

Se consideriamo il 1969 come inizio, benché in sordina, della carriera di Massimo Troisi al “Centro Teatro Spazio” di San Giorgio a Cremano, possiamo dire che la sua arte ha accompagnato i più fortunati per 25 anni. E da 25 anni Massimo non è più con noi. Il cosiddetto grande pubblico però lo ha goduto per un tempo leggermente inferiore perché lo conobbe, con la Smorfia, solo alla fine degli anni ’70 nei programmi televisivi come Non stop.

L’ultimo film che lo vede protagonista è Il postino di Michael Radford: come ha raccontato Renato Scarpa, e come lui tanti altri che gli sono stati accanto in quel periodo, è un film che Massimo volle fortemente e che volle girare fino alla fine con il suo cuore.

Sarebbe partito infatti solo due giorni dopo la fine delle riprese per sottoporsi a un trapianto, ma quel viaggio Massimo non lo intraprese mai, lasciando tutti coloro che lo avevano amato, e che continuano ad amarlo, nello sconforto.

Alla sceneggiatura de Il postino, affidata a Furio Scarpelli (già sceneggiatore anche de Il Viaggio di Capitan Fracassa di Ettore Scola) contribuì anche Massimo Troisi; e fu proprio lui a volere una differenza sostanziale tra il libro di Skármeta (da cui era tratto il film) e il film stesso: nel romanzo muore il poeta, mentre nel film muore il postino, anche se lo spettatore non assiste alla morte di Mario Ruoppolo. Troisi è andato via come l’ultimo personaggio che ha interpretato: in punta di piedi, con delicatezza, senza ostentazione. Come aveva vissuto.

Quando Vittorio Cecchi Gori gli chiese se davvero volesse quel finale, Massimo gli avrebbe risposto: “Non ti preoccupare, Vittorio, la morte al cinema non esiste, per la gente Troisi non muore mai”.

Photo: Troisi sul set de Il viaggio di Capitan Fracassa (autore: Mario Tursi, fonte: web).

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