Portale di approfondimento cittadino    |
“Miele”, l’esordio alla regia d’autore di Valeria Golino
8 giugno, 2013   |  

Miele è il film che segna l’esordio alla regia di Valeria Golino, fin qui vista nel ruolo di attrice e produttrice. Una premessa: la Golino ha svolto una carriera attoriale piuttosto “average”, quasi mediocre, soprattutto se si pensa a film come Rain Man di Barry Levinson o Puerto Escondido di Gabriele Salvatores (discreti per altri versi, ma non per la sua interpretazione). Spesso uguale a se stessa, ha interpretato in passato personaggi viatico di recitazione statica e monocorde, avviluppata su piccoli ruoli poco memorabili. Con la regia, invece, siamo su un altro piano: forse il passaggio dietro la macchina da presa era quello che le serviva per tirar fuori quell’intimità e quella delicatezza interiori venute fuori pur nel confronto con un tema così complesso. In un mercato cinematografico che lascia comunque ancora poco spazio alle donne – soprattutto in Italia – è interessante leggere la storia e capire la tecnica di una regia femminile, ancor più se si tratta di un tema spinoso come quello dell’eutanasia. Non c’è grosso intreccio nel film, ma una trama che affonda dritta al punto come una lama affilata. Irene è una ragazza di oggi, un tipo moderno e sbrigativo, che accompagna i malati terminali verso la fine con la pratica (in Italia illegale) dell’eutanasia. Il suicidio assistito è un tema difficile, spesso rimosso, in qualche modo nascosto, come tutte quelle cose che non si vogliono guardare in faccia. La pratica vede Irene chiedere ai malati per l’ultima volta se sono convinti di quello che vogliono fare, se hanno davvero deciso per poi somministrare loro un potente farmaco usato in veterinaria, il Lamputal, che sull’uomo ha effetto letale. Per controcampo, e per scrollarsi di dosso la Nera Signora che le cammina costantemente a fianco, Irene (nome in codice Miele) conduce una vita frenetica che si snoda tra rapporti sessuali estemporanei e allenamenti fisici spossanti. Il personaggio di Miele è interpretato dall’ottima Jasmine Trinca (già musa di Nanni Moretti) che in un’intervista ha dichiarato di aver amato molto il ruolo, soprattutto perché le ha permesso di lavorare sul corpo e di scrollarsi di dosso l’etichetta di “signorina per benino” che non la rappresenta. Si è preparata con otto/nove ore di nuoto consecutive e performance fisiche che l’hanno temprata e regalato ancora più entusiasmo. L’intenso personaggio delineato dalla Trinca e tratteggiato dalla regista è molto interessante: la protagonista è sensuale ma cupa, arrabbiata ma dolce, come racconta il suo soprannome. Miele non è, in realtà, la primissima prova registica della Golino che si era già espressa con il corto Armandino e il Madre ed è dunque un lungometraggio abbastanza riuscito e convincente, almeno sulla sufficienza piena, incentrato, come dicevamo, più che sul plot assoluto, sulla forza della tematica e sulla centralità del personaggio. Linguaggio filmico asciutto e sostanziale, inquadrature ricercate e movimenti di macchina nervosi, Miele è il prodotto di un animo femminile rivelatosi pregno di spessore e principale motore di tutto il film. Introspezione, dunque, e anima di regista e protagonista, entrambe impegnate nell’analisi e nella restituzione di qualche elemento che mancava della cinematografia femminile antecedente, come suggerisce buona parte del cinema del primo decennio del nuovo secolo. Miele però ha anche un lato debole, delicato, che viene fuori man mano che il film avanza: Irene studiava medicina, ma ha lasciato e non si sa bene perché; ha rapporti troppo poco profondi e disimpegnati con l’altro sesso; non approfondisce gli stati d’animo che l’attraversano quotidianamente. Jasmine Trinca riesce a costruire un carattere sensuale, forte, controverso, quasi mistico e sicuramente molto intelligente. Di certo quella del film è una regia strutturata e capace di sottolineare alcuni momenti fondamentali dell’approccio al tema dell’eutanasia senza nessuna presunzione di voler dare un giudizio o un’interpretazione, cosi come riesce a soffermarsi degnamente sulla rappresentazione del dolore. C’è però troppa tristezza di fondo, un senso di incompiuto e un tema forse troppo rapidamente abbozzato. Questi elementi e il finale toccante non riescono a far volare Miele più in alto della sufficienza che abbiamo già ipotizzato. Buono il personaggio e la sua centralità, perfette le interpretazioni di Carlo Cecchi e Vinicio Marchioni, ma il resto rimane appeso a fili troppo sottili. La Golino è comunque giustificata dalla complessità dell’argomento, difficile e pieno di ostacoli, e va premiata per il coraggio di averlo affrontato in un’opera prima. Nota di merito per la colonna sonora che l’autrice ha voluto non tanto per commentare il film quanto per suggerire un’emozione: Marino Marini, Bach, Tom York, Georges Brassens e Talking Heads, il cui ascolto vale da solo la visione di questa pellicola.

Miele (Italia 2013, 96′) di Valeria Golino

Cinema Modernissimo, Napoli

20:30; 22:30

Print Friendly
Claudia Verardi

Autore : Claudia Verardi

Traduttrice e studiosa di Massimo Troisi, è nata a Napoli nel 1969. Si laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Istituto Universitario Orientale di Napoli, con specializzazione in Storia del Cinema e tesi sul teatro di Massimo Troisi, con Mino Argentieri e Valerio Caprara. Dopo oltre quindici anni passati tra Roma e Bologna, è di nuovo a Napoli, dove lavora come traduttrice e interprete freelance. Collabora con siti e blog di cinema e critica letteraria e si rilassa con Italo Calvino, Irvine Welsh e Oscar Wilde. Ha imparato a leggere con i libri di Astrid Lindgren e appena può scappa in Scozia. Ha tradotto, tra gli altri, per Rizzoli, Edicart, Spartaco, Sperling &Kupfer e Gremese, e per le testate Vanity Fair e Playboy Magazine Italia.

Tutti gli Articoli



Archivi