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Il giovane favoloso, un grande lavoro di filologia poetica e sentimentale
4 novembre, 2014   |  

locandinaÈ in questi giorni nelle sale il film biografico di Mario Martone sulla vita e l’opera del grande poeta Giacomo Leopardi (Recanati 29 giugno 1798), a tutt’oggi il film più visto della stagione autunnale. Critica, ma anche una buona fetta di pubblico, già indicano la pellicola come il capolavoro del regista napoletano, anche se le prove più convincenti rimangono L’amore molesto, Morte di un matematico napoletano e Noi credevamo. Il giovane favoloso è la splendida filologia (precisissima fra l’altro) della visione solenne di poesia e sentimento del giovane poeta di Recanati, che si snoda tra rappresentazione visiva di intense emozioni segrete e della lirica dei sentimenti che la poesia da sempre trasmette. Leopardi, personaggio cupo e misterioso nelle sue innumerevoli sfaccettature, nel film non è solo poeta: un accurato lavoro sulle fonti storiche lo rende filosofo, traduttore da lingue morte (suggestivo il passaggio in cui traduce Omero all’impronta), scrittore di prosa e glottologo e ci spiega subito che la poesia è ciò che gli serve per raccontare le sue emozioni e le sue sensazioni. Leopardi è deforme e insofferente, eppure la sua essenza visionaria, che va oltre l’amore per le “sudate carte” e lo studio “matto e disperatissimo”, ci seduce profondamente. Il pensiero leopardiano nasce da una meditazione sull’infelicità da cui, in seguito, vengono ricercate le cause, le sviluppi ed effetti di questo sentimento. Leopardi è interessato alla teoria dell’amor proprio, di chiara derivazione illuministica, secondo cui l’uomo ama solo se stesso e mira alla propria conservazione e alla propria felicità. Il giovane favoloso è un film che un po’ procede per opposti: dalla profonda lettura dell’animo del poeta e di tutte le sue emozioni (la pena, il dolore che crea stordimento, lo strazio pessimista) fino al racconto letterario e poetico – ma anche umano – che passa per gli stralci declamativi dell’ottimo Elio Germano. Interessante il rapporto di Giacomo Leopardi – che visse in varie città italiane, fra cui Roma e Firenze – con Napoli. Il poeta ne è attratto, ed è qui che comincia a vivere, forse addirittura a respirare, ed è ancora qui che viene fuori prepotentemente la parte più ribelle (ma soffocata) del suo animo battagliero e moderno, nonostante lo scetticismo e il senso di sfiducia, soprattutto verso quella Madre Natura (elemento caro a Martone, come a diversi altri registi napoletani) che s’incarna donna per poterlo schernire. Calzante il racconto dell’aspetto umano, quello dell’uomo “quasi” comune, se pur nella sua eccezionalità, che Martone descrive sia attraverso la ricostruzione e l’espressione del carattere, sia attraverso la rappresentazione visiva dell’aspetto e del comportamento, che va dal rapporto con la sua salute cagionevole (rachitismo, asma, complicazioni alla vista, diabete, problemi respiratori e consunzione) alla difficoltà di avere, per esempio, rapporti normali con l’altro sesso. Un film che è un documento sulla letteratura e che andrebbe mostrato agli studenti più riluttanti nello studio delle umane lettere per spiegargli la Poesia senza inutili panegirici. Bellissimo il passaggio in cui Leopardi declama – anzi, no, mormora- La ginestra o il fiore del deserto composta a Torre del Greco e pubblicata per la prima volta nell’edizione napoletana dei Canti curata da Antonio Ranieri (1845). Il componimento, che si apre con una citazione dal Vangelo di Giovanni, è considerato il testamento poetico dell’artista che, osservando una ginestra sulle pendici del Vesuvio, riflette sulla condizione umana e, ancora una volta, sulla potenza della Natura, purtroppo spesso assai matrigna. Quando arriva a Napoli, Leopardi, soprattutto all’inizio, ci si trova bene: avverte dentro si sé i rumori di un’esistenza precaria, e la trova un luogo vitale e disperato allo stesso tempo, la città del mutamento, dell’amicizia, della fratellanza. E lui è particolarmente attratto dalla confusione e da quella prepotenza cittadina. Se ne va in giro con un soprabito turchino, il cappello, il fazzoletto al collo e il bastone da passeggio. Gli intellettuali però non lo amano troppo, non apprezzano la sua asocialità, la sua rabbia interiore. Il popolo lo beffa, affibbiandogli il soprannome di scartellato e anche quello di “ranavuottolo” ma lui resiste in quella “città di lazzaroni”.  Pessimismo storico, Zibaldoni e Operette Morali, ermo colle e “naufragar m’è dolce in questo mare”: nel film c’è tutto, e tutto si rilegge nella magnifica, ultima scena del film in cui il Poeta si strugge davanti a un cielo infiocchettato di stelle, ultimo regalo della stupefacente fotografia di quest’opera d’arte.

Giacomo Leopardi morì a Napoli il 14 giugno del 1837, dove riposa nel Parco Vergiliano a Piedigrotta, nel quartiere Chiaia (sebbene studi recenti lo vogliano sepolto altrove)

Trailer ufficiale del film :    http://www.youtube.com/watch?v=MHcznzJ9jbQ

A Napoli nei cinema:

America Hall, Filangieri, Martos, La Perla. 

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Claudia Verardi

Autore : Claudia Verardi

Traduttrice e studiosa di Massimo Troisi, è nata a Napoli nel 1969. Si laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Istituto Universitario Orientale di Napoli, con specializzazione in Storia del Cinema e tesi sul teatro di Massimo Troisi, con Mino Argentieri e Valerio Caprara. Dopo oltre quindici anni passati tra Roma e Bologna, è di nuovo a Napoli, dove lavora come traduttrice e interprete freelance. Collabora con siti e blog di cinema e critica letteraria e si rilassa con Italo Calvino, Irvine Welsh e Oscar Wilde. Ha imparato a leggere con i libri di Astrid Lindgren e appena può scappa in Scozia. Ha tradotto, tra gli altri, per Rizzoli, Edicart, Spartaco, Sperling &Kupfer e Gremese, e per le testate Vanity Fair e Playboy Magazine Italia.

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