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“A long walk home”: il ritorno di Bruce Springsteen nella “sua” Napoli
24 maggio, 2013   |  

La congiura dei nembi (relativamente breve, per fortuna, miracolosamente esorcizzata da Waitin’ on a sunny day e dalla cover di Who’ll stop the rain degli amati Creedence) non ha guastato la festa: alla fine Bruce Springsteen non ha deluso nessuno con l’attesissimo live di ieri sera in Piazza del Plebiscito – la prima volta del rocker del New Jersey in una piazza: i duri e puri da decine e decine di concerti e i neofiti dell’ultima ora (e dell’ultimo disco); tre ore di spettacolo ad alto tasso adrenalinico ed emozionale che ha riunito almeno tre generazioni di fan. Dopo il saluto pomeridiano al pubblico napoletano all’insegna dell’omaggio ai maestri Guthrie e Dylan (i solo voce e chitarra di This hard land e Growin’ up), Bruce ha aperto lo show omaggiando Napoli a suon di fisarmoniche intonanti ‘O sole mio (“Io sono del Sud Italia… E’ bello essere a casa!“), prima di far ruggire i motori della E Street Band (su tutti il solito Stevie Van Zandt, Max Weinberg e la “sorpresa” di Clemens jr. al sax) con un filotto introduttivo da brivido: A long walk home (che saluta il ritorno nella terra d’origine dei nonni materni), Out in the street e My love will not let you down; nutrita, ovviamente, la session dal nuovo album, Wrecking Ball: oltre la title track, il potente singolo We take care of our own, la commovente Land of hope and dreams, le ballate dal gusto celtico, Shackled and drawn e Death to my hometown.

Bruce si sente a casa, si diverte, coinvolge il pubblico come non mai, corre da un lato all’altro della passerella montata sotto al palco, raccoglie striscioni con dediche (Rosalita, Radio Nowhere), fa sfiorare le corde della chitarra da decine di mani di fan in delirio, divide con loro la pioggia, si fa perdonare qualche parentesi divenuta ormai ‘scontata’ (lo scugnizzo che prende in spalla a intonare Waitin’ on a sunny day, la ragazza chiamata ad un giro di ballo sulle note trascinanti di Dancin’ in the dark); commuove con un secondo omaggio alla città d’origine dei nonni, Vico Equense (“Born in Vico Equense” recita uno striscione in prima fila, un altro “This land is your land”), intonando una struggente My hometown.

Non sono mancati i classici, messi quasi tutti in fila: Spirit in the night (un tour de force dal sapore gospel intenso e muscolare), The river, Hungry heart, Badlands, Prove it all night, The rising, Born to run, Born in the USA, come pure i medley di Twist&Shout e La Bamba, per finire nella scanzonata apoteosi di Tenth Avenue freeze out. E, alla fine, il nostro ha chiuso come nel precedente, memorabile, live napoletano all’Augusteo di 16 anni fa: è quasi mezzanotte quando, nel nitore irreale del Plebiscito, risuona l’intro dell’armonica di Thunder Road, a suggello di una notte che resterà impressa a lungo nella memoria del popolo rock alle pendici del Vesuvio.


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Photo©Michela Iaccarino

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Salvatore Iorio

Autore : Salvatore Iorio

Nato a Torre Annunziata (Na) il 29 agosto 1979 e laureato in lettere moderne, è redattore di Quaderni di Cinemasud, periodico di cultura cinematografica. Ha pubblicato saggi e articoli anche su Cinemasessanta e Airsc-Notizie. Ha lavorato come aiuto-regia per Ettore Massarese negli spettacoli Cinematografo (2006 – 2007) e Santo Pulcinella, il demonio e les amis du jeu (2007), per Mario Amura nel videoclip Mexico (2005) e per Marcello Amore nel cortometraggio L’estro di Mario (2009). Ha pubblicato un contributo nella monografia collettiva Alberto Grifi: Oltre le regole del cinema (Mephite, 2008). Ha curato la monografia Per Massimo Troisi. Saggi, ricordi, riletture (Mephite, 2010), dedicata al grande comico napoletano, e Cronache futuriste (1932 – 1935) di Emanuele Caracciolo (Mephite, 2012), raccolta degli scritti critici del regista cinematografico perito nella strage nazista delle Fosse Ardeatine.

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