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Una risposta a “The Economist” su pizza napoletana e cibo italiano
20 giugno, 2016   |  

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Da qualche giorno rifletto su quanto scritto da “The Economist” su cibo, Made in Italy e la candidatura dell’arte dei pizzaiuoli napoletani come patrimonio immateriale dell’umanità UNESCO per il 2017.

Ho letto e riletto il pezzo, in cui si accusa il conservatorismo italiano in fatto di tradizioni eno-gastronomiche che diventa, a detta di “The Economist”,  sia un elemento negativo, ossessivo che è emblema dei nostri problemi economici.

“The Economist” fa notare come, ad esempio, l’Italia sia ossessionata dalla qualità dei prodotti e della pizza, ma che, in fin dei conti, nessuna grande catena di pizzerie sia italiana, con il mercato mondiale dominato da Domino’s (e Pizza Hut). Stessa cosa per il caffè con Starbucks.

Non farò qui una difesa della pizza napoletana (nonostante il mio dente avvelenato con Domenico De Masi, a tal proposito), ma credo comunque che “The Economist” sbagli perché la sua prospettiva è sbagliata. “The Economist” sembra riflettere in termini quantitativi e da un punto di vista anglosassone, americano- o inglese-centrico. Riflette per catene, senza considerare la fisionomia di uno Stato come l’Italia che ha sempre avuto, economicamente, alcuni colossi industriali, ma per il resto eccellenze rinomate e locali di medie e piccole dimensioni. Aziende locali e glocali.

Stessa cosa nel cibo. Difficile comprendere per “The Economist” il valore identitario che alcuni prodotti e materie prime hanno, così come le regole per cucinare determinati piatti (si pensi alla pizza verace napoletana). L’Italia per scelta e per tradizione non vuole diventare “di catena”, né un franchise (nonostante ad esempio alcuni chef, locali e ristoranti si stiano dislocando anche fuori dai luoghi di origine. Si pensi ancora alla pizza e un esempio come Sorbillo).

L’idea italiana è che se si vuole provare il vero cibo italiano (regionale) bisogna andare nella singola regione, città, località in cui si trova la materia prima e la ricetta si tramanda.

Il cibo, quindi, non solo l’atto del cibarsi, ma cultura, tradizione, studio, conoscenza.

E non sembrano calzanti i dubbi avanzati da “The Economist” su prodotti come pomodori e caffè non originari italiani, ma di importazione. I pomodori, per citare un caso, sono stati coltivati nei secoli e si sono adattati in forme specifiche e peculiari che ormai sono parte integrante dell’identità di un territorio. Si pensi ai San Marzano campani o ai siciliani pachino.

[Photo: forni-a-legna.com]

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Armando Rotondi

Autore : Armando Rotondi

È docente di Letteratura Italiana a L'Orientale di Napoli e Full-Time Lecturer in Performance Theory, History and Criticism e in Story-Telling a Barcellona. Precedentemente è stato Adjunct Prof. presso la Nicolaus Copernicus University di Torun (Polonia) e ricercatore in visita a Bucarest e ha insegnato Discipline dello Spettacolo e dei Grandi Eventi al Corso di Laurea in Scienze del Turismo dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Dopo essersi laureato in teatro e cinema presso la “Federico II” e “La Sapienza” di Roma, ha conseguito il Dottorato di Ricerca all’University of Strathclyde di Glasgow. È stato traduttore per il Tron Theatre di Glagow. Iscritto come giornalista al Chartered Insitute of Journalist (UK), ha pubblicato quattro monografie, un volume in curatela e circa cento tra articoli scientifici, schede di catalogo e voci di dizionario/enciclopedia. È stato inoltre relatore in più di venti convegni internazionali in Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Polonia, Romania, Turchia, Irlanda e Repubblica Ceca.

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