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Ciao Luca! Omaggio a Luca De Filippo
4 dicembre, 2015   |  

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Scrivo da un po’ per Effetto Napoli, di solito recensioni in cui cerco di essere il meno entusiasta e “personale” possibile (senza riuscirci veramente) per lasciare spazio all’evento da raccontare. Ma questa volta, forse ancora più di altre, sento di voler fare uno strappo alla regola. Venerdì 27 novembre scorso, alla notizia della scomparsa di Luca De Filippo (foto: youtube), mi sono intristita da morire. Un altro pezzetto di Napoli che se ne andava,  per colpa di un male incurabile scoperto dopo il ricovero per una discopatia e, in fondo, a soli sessantasette anni. De Filippo aveva, infatti, da poco interrotto le repliche di Non ti pago (19) proprio per un doloroso mal di schiena. Era nato a Roma (3 giugno 1948), e a Roma se n’è andato, ma era sempre stato molto legato a Napoli, ce l’aveva impressa nella mente così come nel cuore. L’ho visto spesso a teatro, e altrettanto spesso mi sono emozionata e sbucciata le mani per applaudirgli tutto il mio apprezzamento. Riservato e colto, timido e rigoroso, aveva molto del padre, il grande Eduardo. Ricordo quanto mi piacque la versione di Questi fantasmi dei primi anni Novanta, con Isa Danieli e Tosca d’Acquino, le scene e i costumi di Enrico Job e la regia di Armando Pugliese: è stata forse la volta in cui mi sono sentita più soddisfatta da una sua performance teatrale.

Credo che per un periodo Luca De Filippo non sia stato molto amato, forse perché figlio di Eduardo (e della cantante e attrice torinese Thea Prandi), uno dei più grandi drammaturghi del Novecento, e questo lo metteva magari in una posizione scomoda. Non doveva essere comunque facile portarsi sulle spalle cotanta eredità, però lui l’ha fatto con compostezza, metodo e garbo, e senza troppi clamori. È stato il custode più o meno devoto del teatro di Eduardo che ha portato in giro rispettandolo e interpretandolo sempre magistralmente. Orfano precoce di mamma (anche la sorella Luisella scomparve prematuramente), aveva solo dodici anni quando Eduardo ne aveva ormai sessanta. Lui lo portava alle pomeridiane e scriveva dei piccoli ruoli apposta per lui, per tenerlo con sé in scena. Luca De Filippo, oltre al palcoscenico, si è dato anche a cinema, tv, all’impegno teatrale su tutti i fronti. Nei suoi personaggi metteva una nota sottile di cupa ironia e un pizzico di disincanto rispetto al lavoro di Eduardo. La sua fisicità forte si mescolava al modo delicato e particolare di parlare e di recitare. Ho parlato di lui qualche tempo fa, in un’intervista con l’attore stabiese Giuseppe De Rosa, che ha lavorato con lui, ed ero rimasta piuttosto affascinata dai suoi racconti.

Luca aveva cominciato a lavorare a solo sette anni, nel 1955, calandosi nel ruolo di Peppiniello in Miseria e Nobiltà (scritta dal nonno Eduardo Scarpetta e diretta da Eduardo). Il suo curriculum è lunghissimo e rilevante, e qui non lo ricorderò tutto:  è stato un interprete troppo fecondo per poterlo liquidare in quattro righe. Però posso dire che ho amato molto il Ninnillo di Natale in casa Cupiello (opera spassosa e tragica insieme, ma soprattutto piena di contenuti: conflitti generazionali, sepolcri imbiancati, disagio sociale) e, in tempi più recenti, il Cirillo di Uscita di emergenza, la prima commedia di Manlio Santanelli, con l’altrettanto bravo Lello Arena, in cui si raccontava l’incomunicabilità, l’isolamento, la provvisorietà dell’esistenza, la tragedia sociale.  Dal classico al contemporaneo, Luca ha saputo percorrere i percorsi teatrali più diversi. Da Vincenzo Cerami a Lina Wertmuller, da Harold Pinter a Samuel Beckett, fino a Muccino. È stato un altro riferimento della mia gioventù, un altro parente, un po’ come Pino Daniele, Totò e Massimo Troisi. E, infatti, già mi manca. Il suo legame con Napoli era forte, era Napoli che in fondo voleva rappresentare, la città dei drammi e dei problemi, delle mille difficoltà, però intrisa di umanità e di profonda cultura. Qualche mese fa aveva, infatti, accettato la direzione della Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Napoli, mentre il Ministero gli aveva invece rifiutato un contributo di 100mila euro per la sua Compagnia. Per lui semplici funerali laici, a Roma, come fu per Eduardo e per Francesco Rosi, padre dell’ultima moglie, Carolina. Ciao Luca. Adesso Napoli è ancora un po’ più sola senza di te che, per me, rimarrai indimenticabile.

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Claudia Verardi

Autore : Claudia Verardi

Traduttrice e studiosa di Massimo Troisi, è nata a Napoli nel 1969. Si laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Istituto Universitario Orientale di Napoli, con specializzazione in Storia del Cinema e tesi sul teatro di Massimo Troisi, con Mino Argentieri e Valerio Caprara. Dopo oltre quindici anni passati tra Roma e Bologna, è di nuovo a Napoli, dove lavora come traduttrice e interprete freelance. Collabora con siti e blog di cinema e critica letteraria e si rilassa con Italo Calvino, Irvine Welsh e Oscar Wilde. Ha imparato a leggere con i libri di Astrid Lindgren e appena può scappa in Scozia. Ha tradotto, tra gli altri, per Rizzoli, Edicart, Spartaco, Sperling &Kupfer e Gremese, e per le testate Vanity Fair e Playboy Magazine Italia.

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